espagueti western

Il grande capo daGabry Tonante getta un ultimo sguardo ad abbracciare intera questa prateria, che tanto gli ricorda la verde e natìa Brianza. Il grande capo abbraccia l’erba, i bisonti che ruminano lontano, il cielo e le sue nuvole, e abbraccerebbe anche altro, ma mai il panorama di queste praterie ha offerto qualcosa di diverso da erba, bisonti e cielo. E tra poco anche tutto questo farà parte del passato. L’uomo bianco è a due passi, i visi pallidi hanno mosso guerra alla sua pacifica tribù, dopo averne spazzate via altre ben più guerriere, ingoiate dalle terribili bocche sputafuoco. Il grande capo si gira su stesso e a passi lenti fa ritorno al suo villaggio. Il suo popolo lo guarda, muto, affacciato sulla soglia dei suoi thipi. Nei loro occhi vive ancora la speranza, tutta la fiducia che nutrono verso il suo potere.

Il grande capo avanza, lento, verso la sua tenda, la più grande, al centro del villaggio. Chiede di restare solo e sparisce nel suo rifugio. Domani è il grande giorno, domani l’uomo bianco attaccherà e sarà tutto finito. In un angolo buio Patatina Fumante, la sua squaw da sempre, madre di tutti i suoi figli, attende fiduciosa. Anche lei convinta che il potere infallibile di daGabry Tonante saprà sconfiggere il nemico alle porte. Ma è tutto menzogna, tutta falsa speranza. Lui, lui solo lo sa bene che è tutto un grande inganno. Non ha mai avuto nessun potere, ha coltivato la sua carriera di sciamano e grande capo sin da ragazzino, quando si era scoperto poco adatto alle grandi cavalcate (che dolore ai reni), alla caccia all’ultimo sangue (che fatica), alla guerra contro le tribù vicine (uh, che paura!). Quanto più comodo e gratificante era stato passare la vita pestando erbe dentro piccoli mortai, recitando litanìe, organizzando di quando in quando qualche bella danza della pioggia, che tanto alla fine finisce sempre che piove e tutti sono contenti. No, non aveva nessun potere reale, e credeva in Manitù quanto all’esistenza di Babbo Natale, o della Svizzera. Ma nel corso degli anni aveva saputo raccogliere la fiducia della sua gente, ne era diventato infine il capo venerato e rispettato da tutti. La sua naturale avversione per la violenza e gli sforzi non necessari avevano portato ad un lungo periodo di pace con le tribù confinanti, e tutti gliene erano riconoscenti. Ma adesso si aspettavano da lui che li portasse alla vittoria contro l’uomo bianco, i suoi cavalli ed i suoi fucili. daGabry Tonante non odiava l’uomo bianco, ma odiava la guerra che l’uomo bianco portava.

Come sempre nei momenti difficili daGabry Tonante cerca rifugio nella sua grande passione: la cucina. Vuole preparare l’ultimo banchetto per la sua gente, il migliore di tutti, una cosa mai vista prima. È l’ultimo regalo che può fare, prima della fine. Gli brillano gli occhi, mentre prende il coltello e comincia a tritare giù una cipolla, fina fina, e poi una carota, ancor più fina. Ha già messo sul fuoco la padella con l’olio, anzi due, no, son tre. Il pentolone grande in mezzo alla stanza, sta già sbuffando vapore. daGabry taglia, affetta, spella e spenna, inforna e sforna. Conigli e trote, calamaretti e crauti, sei cinghiali e una borsa di rane fritte, salse e antipastini, e il carpaccio sottile, il pinzimonio, i pizzoccheri, gli strangolapreti, sta già decorando, quattro olive, cetriolini, un filo d’aceto col miele. E i funghi? Non può certo mancare nel banchetto dell’addio finale il suo famosissimo “cocktail di funghi di mezza montagna in salsa di rugiada mattutina“. Ma non piove da mesi. Dove li trovo i funghi, dove li trovo? Ma certo! Ha di là una cassetta di funghetti strani, glieli ha portati l’altra settimana Testa di Condor, un suo carissimo amico viaggiatore di commercio. Li ha trovati al sud, vicino al Messico. Certo che son proprio bruttini; ma non importa, daGabry Tonante li arricchisce, li infiocchetta, li trifola fino a tirarne fuori una splendida macedonia di umbratile sottobosco. Fuori tutto è pronto per la grande festa, la tribù è in preda all’eccitazione per quella che pensa essere la vigilia di una grande vittoria.

Ed è con grossi lacrimoni appollaiati sui suoi zigomi di grande capo, che daGabry osserva il suo popolo tuffarsi in una festa senza precedenti, ebbro di gioia, ignaro del proprio destino già segnato. Tanto e tale è il baccano della baldoria, che giunge alle orecchie del Settimo Cavalleggeri, accampato ad un tiro di schioppo. E giunge accompagnato dagli aromi e dagli odori della cucina del gran capo, e gli vien voglia di andare a dare un’occhiata, chissà mai salti fuori qualcosa di buono; e poi la guerra è prevista per l’indomani. E allora prima i più disinibiti, e poi dopo anche tutti gli altri appoggiano i fucili e si avvicinano al villaggio a vedere “se fanno ancora entrare, se c’è figa, se si paga o è gratis“, mentre il generale dorme, da solo, nel suo letto. E la tribù li accoglie, in festa, che tanto la guerra la si farà domani, per intanto pensiamo a bere, cantare, qualcuno c’ha pure un banjo, e poi ballare, mangiare e mangiare, fino all’arrivo di un’enorme insalatiera e daGabry Tonante, solenne, annuncia la sua “Prelibata Allegoria di Finferle e Chiodini su un letto di Tramonto Messicano“. Buoni i funghetti di Testa di Condor, buoni davvero. Ed il cielo si riempie di colori mai visti, e la terra di suoni mai uditi, e il baccanale si moltiplica per cento e per mille, i corpi tremano preda dei tamburi, mentre le anime li abbandonano e si lasciano avvinghiare da un’orgiastica danza tra i fuochi, le grida, le canzoni stonate. Una notte intera, e tutto il giorno e parte della notte dopo, osservati da lontano da quattro cactus indifferenti, pellerossa e visi pallidi si fondono in un’unica multicolore girandola di strane sensazioni.

La famosa battaglia del Grande Corno Bucato non è riportata su nessun libro di storia semplicemente perché essa non ebbe luogo. Dopo tre giorni di festa, le truppe federali si sciolsero come neve al sole, molti di loro si trasferirono sulla costa Ovest e aprirono negozietti di pantaloni colorati e poi inventarono la Beat Generation. Anche la tribù di daGabry Tonante, frastornata dagli eventi, poco a poco si trasferì in città, comprarono a rate delle casette unifamiliari e si assimilarono completamente, e nessuno si ricorda più di loro.

daGabry Tonante se ne andò in Italia. Negli anni ’70 inventò gli Indiani Metropolitani, che riempirono di insulti i sindacalisti a Roma, e a Bologna i muri di graffiti. Poi, dopo qualche comparsata in qualche film in costume negli anni ’80, fece perdere le sue tracce. Ora si dice che abbia aperto un delizioso ristorantino sul mare, da qualche parte in Spagna. Qualcuno dice di averlo visto. daGabry Tonante è tornato dietro ai fornelli, felice, e in angolo Patatina Fumante lo guarda con gli stessi occhi di tanti anni prima.

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