le avventure di daGabrino (parte I)

C’era una volta una donnina piccina piccina, che viveva con il suo maritino piccino piccino in una casina piccina e carina. E c’avevano pure un orto piccino piccino che dava loro da mangiare ogni giorno dell’anno. Questa donnina, cuorcontento da quand’era nata, aveva però un unico cruccio: desiderava tanto d’avere presto un bel figliuolo da crescere, e magari mandarlo a studiar da ragioniere; ma il caso era che questo maritino piccino piccino, brav’uomo per carità, passava intere le sue giornate giù in paese, all’osteria, e quando rientrava a casa la sera, per la ciucca che c’aveva addosso, non c’era verso che gli riuscisse di adempiere ai suoi doveri coniugali. E così la donnina piccina piccina la sera diceva le sue orazioni e chiedeva la grazia di un bimbo ogni volta con un filo di tristezza in più.

Una bella mattina, questa donnina piccina piccina s’alza presto come sempre e corre per prima cosa all’orto, a sbrigare quel che tocca quel giorno prima che il sole sia troppo alto. Con gran sorpresa, la donnina si accorge che proprio in mezzo a dove giusto il giorno prima ha seminato il radicchio rosso, è spuntata come per magia una bella verza. “Bella o non bella” pensa la donnina, “ma quello è il posto del radicchio, e io di nascere lì in mezzo il permesso non ce l’ho mica dato“. E fa per strappare l’inopportuno cavolo, con una stretta al cuore perchè si tratta pur sempre di una bella pianta, quando sente una vocina, e non saprebbe dire se dentro la sua testa, o da sotto la verza, o semplicemente nell’aria. Dice la vocina: “No, ferma, che non sono ancora pronta. Se mi nutrirai con i tuoi baci e le tue lacrime, vedrai che bella sorpresa grande e grossa che avrai“. La donnina borbotta tra sé e sé: “Ma in fondo io questa verza me la raccolgo domani e mi ci faccio una bella minestra“, e se ne va a dare il verderame ai pomodori, cercando di non pensare a nulla perché le è entrata la paura di star diventando mezza tocca. E però quella sera i vicini osservano incuriositi la donnina piccina piccina dire le sue orazioni e versare le sue lacrime e spargere i suoi baci giù nell’orto, addosso ad una bella verza.

Al mattino seguente, di nuovo la vocina prega la donnina di non strappar la pianta, cresciuta un bel po’ nel frattempo; e di nuovo la donnina trova una scusa per lasciarla ancora lì, in mezzo ai radicchi che cominciano a buttare. E la sera baci e lacrime, e la mattina non le basta il cuore di disubbidire alla vocina, e la storia va avanti un po’, finché un giorno la vocina dice semplicemente: “Eccomi, sono pronta!” La donnina comincia a tagliare la verza, che nel frattempo è cresciuta che pare un baobab, e con tanta fatica e tanto sudore riesce a caricarla sulla carriola quando scopre che tra le radici nodose sta nascosto, rannicchiato e con il pollicione in bocca, un bellissimo pargoletto. La donnina non ci vuole credere, e piange e sviene dalla gioia, finché, ripresasi dalla sorpresa, se lo porta in casa e comincia a preparagli una cameretta piena di fiocchetti. “Ti chiamerai daGabrino, che non è un bel nome, ma ti ha portato un cavolo, e questa grazia non può avermela fatta altro che l’Arcangelo daGabriele“.

daGabrino passò i primi dieci anni della sua vita a mangiare polenta e a farsi forte. Più polenta mangiava e più era contento, più era contento e più rideva, più rideva e più gli veniva fame, e insomma, l’avrete capito anche voi, più gli veniva fame e più polenta mangiava. Tanto che a dieci anni era già un bell’omone, grosso e contento. Aiutava nell’orto e badava anche alle bestie, senza perdere il buonumore una sola ora della sua vita. Con gli studi se la cavava un po’ meno bene, e la donnina piccina piccina stava ormai perdendo la speranza di vederlo un giorno geometra sistemato in Comune, così decise di parlargli: “daGabrino bello mio, ormai sei grandicello” disse la pia donna guardando di sotto in su questo suo figliuolo forse un po’ troppo cresciuto. “Hai mica pensato a cosa vuoi fare nella tua vita?“. “Mammina cara” rispose l’altro prendendosela in braccio, “ci penso ormai da molto tempo, e se è vero quanto voi mi dite, e non ho motivo di dubitarne, se davvero sono nato all’ombra di un broccolo, beh allora mi par evidente che io sia il personaggio di una qualche fiaba, e che dover mio sarebbe quello di prendere il cammino per il mondo alla ricerca di avventure“.

La donnina piccina piccina versò qualche lacrima, ma era in cuor suo sollevata di veder finalmente uscire da quella casina piccina quel figlione enorme che appena si muoveva rompeva qualcosa. Poi, giusto per rispettare la tradizione, cominciò a preparargli il fagotto con le poche cose che occorreva portarsi appresso: un cambio di mutande, una scatola di formaggini, un libro di orazioni e una immagine di San daGabriele che fosse mai gli concedesse un po’ di protezione. Quindi daGabrino sollevò da terra la mammina, si fece stampare un bacio in fronte, e se ne andò tutto contento. Vedendolo sparire oltre il recinto dell’orto, alla donnina venne da urlargli un: “E non passare dal bosco che se ti incontri il lupo son guai!“, ma si trattenne. Il problema, caso mai, sarebbe stato del lupo, e questi non erano affari suoi. Tra l’altro c’era da andare a cavare le patate e si stava facendo tardi.

Cammina cammina, a daGabrino non succede nulla. O meglio, gli sta montando un discreto appetito, che ben presto diventa una fame esagerata. Cammina cammina ancora un po’, visto che per il momento è tutto tranquillo, daGabrino si siede all’ombra di un pero; cava fuori dal fagotto la scatola di formaggini, la guarda con un sospiro perché davvero sarà dura ripigliar forze con tanto poco, e non ti spunta fuori da non sai dove un nanetto dall’aspetto ripugnante? Che ovviamente gli dice: “Ciao. Ho tanta fame. Non avresti qualcosa da darmi da mangiare?“. daGabrino si sente dentro una gran voglia di mandarlo via a pedate, ma memore  di essere un personaggio in cerca della propria fiaba, allunga al nanetto uno dei suoi preziosi formaggini. Il nano lo divora e subito pianta i suoi orribili occhietti in quelli di daGabrino. Con un nuovo sospiro, questi gli molla un altro formaggino. E quindi un altro, e un altro, e un altro finché non rimane proprio nulla. daGabrino vorrebbe tanto piangere, ma trattiene dietro le palpebre i grossi lacrimoni, nella speranza di una qualche ricompensa che deve certamente arrivare. Il nano lo squadra intero e gli dice: “Mica c’hai mille lire, che devo fare il biglietto del treno? No? Beh, ci si vede” e sparisce così com’era comparso. daGabrino si gratta per un po’ la testa, si sente leggermente defraudato, e visto che per oggi non si mangia, si butta a dormire.

E gli è che a daGabrino cominciano a girare un po’ le palle, che tutto ciò che nelle fiabe succede con naturalezza a lui gli va in un altro verso. Toh, passa un rospo, daGabrino lesto lo piglia e gli scocca un bacio in bocca. Il rospo spicca un balzo e sparisce in acqua, mentre a daGabrino gli viene un herpes orribile sul labbro. Un’altra volta trova lì in terra una vecchia lampada: “Tentar non nuoce” pensa, e comincia a sfregarla: del Genio neanche l’ombra, ne esce solo una cimice che lascia lì la sua puzzetta e se ne va. Per quanto si sforzi di ricordare, non gli viene in mente nessun racconto in cui le cose vadano come a lui. Da che mondo è mondo, i personaggi delle fiabe dopo un po’ di cammina cammina incontrano sempre qualche vecchietto, o fatina, o eremita che gli cambia il destino, o almeno arrivano a bussare al portone di un castello in cui vengono accolti da un re gentile con giusto una figliola in età da prender marito. A daGabrino, cammina cammina, non succede niente. Finché un giorno…

[continua…]

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